Ieri giravo per le stradine di campagna nei dintorni dei Castelli Romani e mi sono trovata a pensare che quello era proprio il posto in cui mi sarebbe piaciuto vivere: una bella casetta immersa nel verde, non troppo distante da Roma, in totale assenza di inquinamento acustico, con il lusso della natura intorno e della possibilità di lunghe passeggiate respirando aria pulita. Mentre guidavo e continuavo a immaginare la mia vita in una simile location, sentivo che qualcosa in me si agitava. Ho tentato di andare più a fondo, cercando di capire da dove potesse sorgere quel senso di disagio mentre fantasticavo su una possibilità di vita per me molto appagante. Scavando, mi sono trovata a pensare: “E poi?”. Come se la realizzazione di uno dei miei più grandi desideri mi riportasse di nuovo in quel senso di insoddisfazione da cui, attraverso la fantasia della casa immersa nel verde, cercavo di fuggire! E allora, da dove proveniva quell’insoddisfazione? Ho continuato a cercare dentro di me e credo di aver trovato qualcosa. Credo che il bisogno più profondo che spinge l’essere umano ad agire non sia tanto quello di realizzare i propri obiettivi, quanto piuttosto il poter dire a qualcuno di averli realizzati. Se io avessi realizzato il sogno della casetta immersa nel verde senza dirlo a nessuno, tale realizzazione non mi sarebbe bastata! Il ritorno di apprezzamento sociale rispetto a quello che facciamo è forse il motore più forte delle nostre azioni, che va ad inquinare la realizzazione anche degli obiettivi più nobili. La storia purtroppo ci insegna che in ogni luogo e in ogni tempo gli esseri umani hanno sempre cercato di riunirsi in gruppi esclusivi: il gruppo dei nobili, il gruppo dei regnanti, il gruppo dei soci fondatori, il gruppo degli studiosi, degli scienziati, degli avvocati e via dicendo fino ad ogni aggregazione possibile. Il bisogno di distinguersi dal resto degli altri esseri umani è il modo in cui, finora, ci hanno insegnato a qualificarci e a darci valore: ossia, l’assenza di qualcuno che possa vedere e riconoscere ciò che facciamo e ciò che siamo, pare toglierci il motivo di essere e di fare! E sappiamo tutti quale deriva abbia preso questa tendenza all’esibizione, soprattutto dopo l’avvento della tv ed ora dei social media. Quindi la domanda che ancora mi pongo è: che problema ci sarebbe nel vivere una vita serena, appagata, che corrisponde al nostro modo di sentire, anche se nessuno ne venisse a conoscenza? Questo non dover mostrare e non dover ricercare apprezzamento dagli altri, significa forse che non valiamo o che non contiamo nulla per nessuno? O sarebbe semplicemente la fine di una ricerca che, una volta giunta alla sua meta, ci lascia un vuoto di stimoli per cui ci sentiamo spinti a cercarne di nuovi, rimanendo in un circolo da cui non riusciamo ad uscire? E, in tal caso, si tratterebbe di un circolo virtuoso o vizioso? Tu che ne pensi?
