“E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Matteo 19:24). E’ forse uno degli Insegnamenti più difficili da vivere e comprendere che il Nazareno ci abbia lasciato e, come tanti, mi sono interrogata anch’io a lungo (e ancora mi interrogo) sul suo significato più profondo. Le domande che questa affermazione pone non sono di facile risoluzione: cosa intende qui Gesù per ricchezza? Se intende la mera ricchezza economica, quale sarebbe il suo confine? Come potremmo distinguere, cioè, tra ricchezza e non ricchezza? E la non ricchezza, sarebbe la povertà? E ancora: ammesso che Gesù intendesse dire che non dobbiamo essere ricchi ma poveri economicamente, questa condizione sarebbe davvero un bene per noi e per gli altri? Non è forse vero che la ricchezza ben gestita può essere d’aiuto al prossimo e che la povertà se mal vissuta può diventare un peso per gli altri, che dovrebbero in qualche modo farsi carico di noi? Ed è giusto non provvedere a se stessi rendendosi poveri? Non sarebbe un non prendersi cura di sé e di un corpo che è pur sempre sacro? E soprattutto, quale padre vorrebbe vedere suo figlio povero? Se Dio ha creato in abbondanza, perché poi dovrebbe voler vedere i suoi figli in ristrettezze? Quindi, cosa voleva dire davvero Gesù? Nei giorni scorsi, riflettendo più intensamente su queste domande, mi sono venute in aiuto due persone: un mio caro amico e la scrittrice e teologa Adriana Zarri. Il mio amico mi ha citato la prima frase della Prima Regola di San Francesco, simulacro della povertà del Cristo, che recita così: “La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità”. La povertà viene quindi interpretata dal santo nel senso di non possedere alcunché di proprio: e questo potrebbe risolvere in un certo senso la questione: il non possedere nulla di proprio non significa non possedere affatto, significa non essere intenti nel procacciarsi cose proprie, affidarsi alla provvidenza divina per le nostre necessità e, se servisse, restituire ciò che la provvidenza ci ha donato nel caso incontrassimo qualcuno più bisognoso di noi. Significa, a mio sentire, fiducia totale in Dio e apertura totale verso il prossimo. Anche se di difficile applicazione, l’idea di poter assolvere alla raccomandazione del Cristo “semplicemente” mantenendo un atteggiamento aperto e di non attaccamento rispetto ai possedimenti, un pò mi tranquillizzava. Ma Adriana Zarri ha colto un altro punto che non avevo mai collegato alla povertà e che è anche per me un angoscioso dilemma da più o meno tutta la vita: “La nostra più grande povertà - scrive in “È più facile che un cammello…” - non è quella dell’oro o dei piaceri o degli onori del mondo: è quella del limite che questo nostro vivere comporta: una possibilità unica, non reiterabile, che, per il fatto di realizzarsi, uccide ogni altra ipotesi, cosicché il vivere è sempre a detrimento della vita, è sempre a prezzo del morire; e, per un’unica esistenza, un numero indefinito se ne estingue e ci sfugge”. Questa sua frase mi ha fatto pensare subito alla scena per me più toccante de “La leggenda del pianista sull'oceano” che, sul punto di scendere dalla nave, torna indietro decidendo di morire poiché le strade della città che ha di fronte sono davvero troppe per lui e gli risulta impossibile sceglierne una sola! E allora il Padre - conclude Adriana - che da Infinito si è fatto finito nel Figlio, ha scelto di vivere questa stessa nostra povertà volendoci insegnare che “l’infinito si raggiunge nel finito, la vita attraverso la morte, la ricchezza per mezzo della povertà.”
